Veniamo da lontano: da esperienze ultradecennali di solidarietà sociale,
di contrasto alla devianza giovanile, di accoglienza di minori a rischio di
esclusione sociale e di ascolto...
Abbiamo fondato comunità e case famiglia, gestito centri di prima accoglienza,
tessuto una fitta rete di prevenzione e di protezione fatta di pazienti relazioni
con il mondo che produce, per offrire una speranza di lavoro a chi non la ha
mai avuta, fatta di intese con scuole e centri di formazione per trasmettere
competenze, esperienze operative professionalizzanti, favorire ancoraggi culturali.
Abbiamo provato la gioia del successo, della crescita nella considerazione
sociale e la frustrazione profonda del toccare con mano la cronica insufficienza
delle risorse disponibili rispetto a quelle necessarie, del vivere quotidianamente
le insufficienze di un sistema territoriale tra i più disastrati d’Europa
dove convivono, inestricabilmente aggrovigliati tra loro, rischio vulcanico
e geologico, rischio ambientale e sanitario, emergenza criminalità e
disoccupazione endemica, ritardo di sviluppo e gap infrastrutturale, declino,
senza che mai vi sia stato benessere diffuso, e regressione delle medie civili.
La palestra della frustrazione, il contatto quotidiano con le mille emergenze
del territorio hanno, tuttavia, rafforzato la nostra volontà di agire,
di impegnarci, di operare, di offrire il nostro contributo alla speranza di
un mondo migliore, il nostro contributo affinché il destino non sia
la tegola che si abbatte, ineluttabilmente, sui popoli, ma una pietra posata
per costruire un futuro migliore, per avanzare verso un orizzonte di progresso
e di benessere che ciascun popolo si è liberamente dato.
Abbiamo scelto, per questo, di allargare i nostri orizzonti, di operare su
scala più vasta, di recarci ovunque vi sia disagio da lenire, bisogno
da alleviare - coscienti che la libertà è sempre oltre il bisogno
-, diritto da difendere, coscienza da stimolare e, soprattutto, sviluppo da
promuovere.
Soprattutto sviluppo, perché esso è la leva per alleggerire il
peso di ogni altro problema, la fonte di risorse per alleviare i bisogni, la
ragione per non scegliere di emigrare, l’opportunità di non disperdere
il talento delle persone, la speranza di poter coltivare ciascuno la propria
identità e cultura e l’opportunità di poterle, pacificamente,
confrontare con altre.
Se potessimo scardinare i confini, per noi angusti, dell’etichetta che
ci qualifica come: “organizzazione non governativa” (ong), ci piacerebbe
poterci definire “agenti di sviluppo”, perché siamo convinti
che la solidarietà è la radice profonda di ogni vero sviluppo
e non cogliamo antinomie tra solidarietà, spirito di fratellanza e competizione
di mercato.
Ogni popolo, ogni società, ogni famiglia ed ogni tribù, come
ogni stato, si fonda sul presupposto di un patto sociale, reso possibile solo
dalla solidarietà individuale, gruppale o nazionale, dal legame identitario
e culturale che rende distinguibili tra loro popoli e nazioni. Senza solidarietà non
vi sarebbero stati, popoli e nazioni. E senza la solidarietà internazionale
non sarebbe possibile la cooperazione allo sviluppo, né l’assistenza
umanitaria. Ma solidarietà, capacità di aiutarsi e cooperare
sono figlie del capitale sociale -nell’accezione che ne da Francis Fukuyama
(insieme di regole condivise che generano fiducia reciproca) - di una comunità,
sia essa popolo, comunità locale, gruppo di amici, impresa.
Su questi presupposti abbiamo definito una nostra filosofia operativa improntata
al rispetto assoluto delle identità locali ed alla massima valorizzazione
possibile delle vocazioni, delle culture e dei talenti autoctoni, intesi quali
risorse primarie del possibile sviluppo locale.
Non ci sentiremo mai “portatori di civiltà”, bensì “catalizzatori
di talenti”.
Il compito che ci siamo dati è di analizzare i ritardi di sviluppo e
cercare di integrare le parti momentaneamente mancanti. E ciò che manca
sono spesso le competenze, la coscienza dei diritti, la capacità di
esercitare la sovranità democratica, la voglia e la capacità di
valorizzare l’esistente, la cultura di impresa, che è cooperativa
prima ancora di essere competitiva, fattori organizzativi efficienti e declinati
in una logica di qualità, in grado di garantire risultati operativi
rispondenti a precisi standard, capacità di comunicare e di costruire
reti relazionali, attitudine a confrontarsi, motivazione individuale.
Abbiamo, quindi, scelto di non restare inerti ad osservare, ma di agire, seguendo
la “via del fare”, la sola che può portare gli uomini ad
essere davvero liberi, uguali e fratelli, la sola che può portare ciascuno
a ritrovare la sua Itaca.