Eros e Pathos

La dipendenza affettiva è ormai considerata una vera e propria patologia inserita nel catalogo delle  varie dipendenze. In realtà è la prima in assoluto (in quanto originaria) da cui poi a cascata seguono,  per spostamento della problematica su di un oggetto inanimato, più rassicurante, le altre più note, dipendenze alimentari, dipendenze da sostanze stupefacenti, dipendenze da bevande alcoliche,  dipendenze da gioco d’azzardo, dipendenze sessuali, ecc… 

A livello di definizione nosografica la dipendenza affettiva patologica è una malattia dove l’oggetto  d’amore diventa l’oggetto di una ossessione. 

Le modalità in cui si può manifestare il disturbo da dipendenza affettiva possono essere molteplici:  da un ossessivo controllo dell’altro attraverso telefonate, messaggi telefonici, ad una patologica  gelosia immotivata, che impedisce al partner ogni possibilità di manovra autonoma, ad una ricerca  continua di attenzioni attraverso la trasmissione di angosce persecutorie e comunicazione di reali  disturbi fisici di varia natura (somatizzazioni). 

La dipendenza affettiva è una problematica molto profonda che nasce nei primi mesi di vita dell’individuo. Solitamente è dovuta a carenze affettive importanti a causa di una madre depressa,  anafettiva o fisicamente assente per vari motivi, che possono essere anche legati all’insoddisfazione  nei confronti del rapporto col coniuge (padre). 

E’ come se il soggetto conservasse in sé una parte infantile neonatale, bisognosa di nutrimento,  bisognosa di avere un legame fusionale con un altro immaginario che è sempre un sostituto della  madre, a prescindere che questa sia donna o uomo. Si crea così un rapporto, come confermano  anche pazienti che ho in terapia, dove un cordone ombelicale “immaginario” unisce un “doppio  gemellare speculare”. 

Il paziente affetto da dipendenza affettiva fondamentalmente si sente mancante, carente,  incompleto. Queste persone fanno anche fatica a legarsi con qualcun altro perché nel momento in  cui si legano sentono che si apre una ferita, una voragine interiore, dove emerge questo bambino  che ha bisogno di attenzioni continue. È ovvio che è un rapporto segnato da questa dipendenza da  parte di uno dei due partner è un rapporto destinato a fallire, perché per quanto l’altro sia presente,  per quanto dia tutto quello che può dare, non sarà mai sufficiente la sua presenza, il suo affetto a  riempire questo vuoto. Ho avuto in passato dei casi presenti nel mio sito (www.riminipsicologia.it),  di ragazze che ho seguito per tre sedute settimanali proprio perché avevano questa carenza di fondo,  questo bisogno di più di una seduta settimanale, perché non potevano tollerare il distacco tra una  seduta e l’altra per più di qualche giorno. 

Ovviamente la dipendenza affettiva patologica non è amore, ma una malattia che inizialmente nasce  come “illusorio amore puro totalizzante” e di colpo si trasforma nel suo opposto, “dolore e  sofferenza infinita” anche perché chi è affetto da dipendenza affettiva, solitamente trova un  “carnefice speculare” in partner narcisisti così detti “maligni”. 

Il narcisista cosiddetto maligno è anche egli una persona profondamente ferita, che capisce  benissimo di cosa ha bisogno il partner dipendente affettivo, poiché egli rappresenta la sua  immagine speculare, dipendente, da cui il partner narcisista è riuscito a sfuggire in qualche modo,  attuando difese perverse. Il partner narcisista maligno riesce così a creare, in breve tempo, un 

ambiente ideale, con l’unico scopo di sedurre e catturare la preda. Questo tipo di rapporto  velocemente si trasforma in un rapporto sadomasochistico. 

Chi è affetto da dipendenza affettiva inconsciamente cerca proprio la persona adatta a confermargli che lui non potrà mai avere quello che vuole, semplicemente perché quello che vuole non l’ha avuto  nei primi mesi di vita, e nessuno potrà più darglielo. Ecco allora che una analisi personale di stampo  freudiano può integrare questi aspetti regressivi così infantili e permettere a queste persone,  lentamente, di sentire di potercela fare anche da soli. 

Un’altra questione fondamentale in casi di questo tipo è la concretezza del pensiero, cioè la  difficoltà di simbolizzazione da parte di questi pazienti, e il loro bisogno di percepire a livello  visivo, uditivo, olfattivo, tattile, l’altro oggetto del desiderio, inteso in questo caso unicamente come  “bisogno”, unicamente come desiderio di sopravvivenza. Questo perché la persona affetta da  dipendenza affettiva, in realtà non sa cos’è l’amore. 

Il loro bisogno di accudimento non è amore, perché come diceva Lacan: “l’amore è dare qualcosa  che non si ha a qualcuno che non la vuole”. Tradotto: l’amore maturo è la capacità di entrambi i  partner della coppia di vivere l’assenza, la mancanza, una mancanza atavica, senza andare in  angoscia persecutoria, riuscendo così a non fare del male all’altro. 

Lasciare il partner che soffre di dipendenza affettiva non è facile se si è un minimo sensibili, se il  rapporto non è occasionale, perché si sente, si percepisce la sofferenza dell’altro, quindi quando non  si riesce a chiudere il rapporto da parte di entrambi, questi vira velocemente sul versante  sadomasochista dove chi si assume il ruolo, e anche la fatica, di essere il persecutore, umilia la  vittima in continuazione, perché in realtà vorrebbe essere lasciato dal partner, per “consunzione”. 

La cosa migliore in questi casi sarebbe quella di invitare il proprio partner a iniziare una terapia  psicologica, anche molto approfondita. Nel mio mestiere io lavoro sempre sulla dipendenza  affettiva che è quello che noi psicoanalisti chiamiamo “transfert”. Nel momento in cui il grado di  dipendenza è tollerato dal paziente il lavoro che si può fare è ottimo. Con pazienti invece con questa  problematica patologica ovviamente è molto difficile riuscire a mantenere un setting stabile ed è  consigliabile, come detto in precedenza, un setting a più sedute settimanali. Nello stesso tempo è  anche facile che il paziente crei dei trabocchetti all’analista, perché il suo unico scopo è quello di  averlo con sé per sempre, non come oggetto d’amore, ma come oggetto “feticcio”. 

Le persone affette da dipendenza affettiva patologica solitamente pongono un sacco di domande a  livello razionale, hanno bisogno di qualcuno che gli risolva insicurezze pratiche, concrete, cosa che  non è il compito dell’analista. Il nostro compito è quello di riuscire, anche se con molta fatica, ad  infondere loro sicurezza, trasmettendo il fatto che anche loro hanno risorse interiori, possono  costruire fondamenta stabili del Sè. Questi pazienti che chiedono sicurezza, attraverso il bisogno di  risposte concrete e pratiche, stanno in realtà chiedendo: “ci sei?” “mi ascolti?” “mi capisci?” “mi  vuoi bene? “sei sempre con me?”. 

Una maniera per concretizzare e quindi sabotare la terapia, sprofondando nella dipendenza affettiva,  è innamorarsi del terapeuta. Ovviamente il terapeuta che ha una formazione accurata si accorge  subito di questa potenzialità negativa, distruttiva, che mette in atto la parte bambina del paziente.  Questo aspetto emotivo fragile, neonatale, ovviamente non vuole crescere ma vuole solo stare  tranquillo nel proprio stato regressivo, perché crescere significa soffrire, evolvere, apprendere dall’  esperienza, assumere competenze. Lo psicoanalista preparato, che ha svolto un’analisi personale  importante, dovrebbe accorgersi subito, prima che il transfert erotizzato si manifesti nella sua  violenza distruttiva, di situazioni che possono risultare problematiche. A livello di tecnica appare 

importante ricondurre sempre il paziente al livello di realtà: “noi siamo qua, ci vediamo nel tempo e  nello spazio dedicato al lavoro analitico, nella garanzia professionale del setting terapeutico che ha  un tempo e un costo definito”. 

Quindi è anche importante trovare una lista di analisti qualificati per pazienti con questo tipo di  problematica, perché solitamente le persone con “dipendenza affettiva” sono molto seduttive. e  l’unico loro vero scopo inconscio, nonostante la richiesta di aiuto, è quello di non far crescere questa  parte bambina bisognosa di un amore totalizzante, fusionale, simbiotico, esclusivo. 

Ma sedurre l’analista equivale, per questi pazienti affetti da dipendenza patologica, a creare una  “collusione” col terapeuta e sabotare, così, la loro possibilità di cambiamento. 

Per sempre. 

Maurizio Cottone

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